venerdì 1 maggio 2009

I Deserti. Ppt

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I Deserti1. Ppt

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mercoledì 22 aprile 2009

Recensioni - Sigur Ros (Ágætis Byrjun)

Ágætis Byrjun: 72 minuti di musica? No, questa non è musica, ma terra e cielo, fuoco e ghiaccio, archi e chitarre elettriche, piano ed elettronica che si fondono in un’alchimia magica che ti rapisce il cuore togliendoti il respiro. Se anche vedessi questi quattro islandesi di fronte a me non crederei alla loro presenza, piuttosto scorgerei in loro degli elfi che ci rendono partecipi dell’armonia celeste!
E’ inutile ricercare influenze, cercare di ricostruire dettagliatamente queste dieci gemme, ipotizzare un genere di riferimento. Questa è musica moderna e antica, ancestrale ed elettronica, questa è la purezza incontaminata che è ancora possibile ritrovare nella loro terra di ghiacciai e vulcani, laghi e cascate e nel nostro abisso interiore che è il cantato quasi infantile di Jonsi Birgisson. Non si può immaginare nulla di così delicato dell’arpeggio della title-track che si confonde col pianoforte, eppure è una delicatezza che ti sfonda il cuore e nelle vene il sangue si fa bollente! Il cantato evocativo di Ný Batterí, che si dimena tra elettronica e strumenti da camera a metà tra jazz e leggende nordiche, gli squarci elettrici che come lampi cercano di interrompere le ricche partiture orchestrali in Hjartað Hamast, la tempesta ellettrico-sinfonica preceduta dalla purezza del piano in Viðrar Vel Til Loftárása: tutto concorre a rendere quest’opera essenziale e necessaria per qualsiasi essere umano in cerca di emozioni che colorino la propria vita.
So già che il cd non uscirà mai dal lettore e, se lo farà, accadrà perchè queste sinfonie così fuori e dentro il tempo, quella voce simile al vagito del feto-alieno della copertina saranno ormai parte di me, perchè mi avranno marchiato per sempre. Consigliatissimo per orecchie non superficiali e disposte a lasciarsi andare all’incanto, e ad ascolti ripetuti a volume non gradito ai vicini.

domenica 19 aprile 2009

La scuola fatta dagli studenti

Un invito per tutti i miei studenti (ma anche per chi volesse inserirsi nella discussione): quali sono le vostre idee, le vostre proposte concrete per migliorare la scuola? Qual è la scuola che vi piacerebbe vivere?
Provate a rispondere magari considerando alcuni spunti: tipologia di lezioni, compiti per casa, strumenti, uso dei libri di testo, lavori di gruppo, ecc.
La scuola dev'essere un punto d'incontro in cui il docente, senza perdere d'autorevolezza, sappia comunque entrare nel mondo dei ragazzi, usare il loro linguaggio, aprirsi alle loro idee per creare un NOI, in cui ognuno possa contribuire nel suo piccolo.

Recensioni - Massimo Volume (Lungo i bordi)


Cosa si può dire di questo Lungo i bordi, seconda prova dei Massimo Volume dopo il buon esordio di Stanze? Ancora oggi rimango attonito! Se Stanze, pur pregevole nella sua freschezza e in taluni spunti, aveva un limite evidente in una reiterata ingenuità, qui la maturità pare arrivare come un atto definitivo e sconvolgente. Più che dodici tracce, son dodici racconti, una porzione del nostro mondo analizzata, sezionata con una precisione chirurgica e microscopica. Un pugno nello stomaco. L’impianto sonico è granitico, compatto come un monolite, secco come un albero autunnale. Qui non c’è alcuna concessione: la chitarra di Egle Sommecal graffia come una lama tagliente, nevrotica e schizofrenica e, se in taluni momenti sembra disegnare armonie meno cupe e più riflessive, è la voce di Emidio Clementi che trasforma apparenti dimesse vicende quotidiane in qualcosa di sinistro ed esiziale; non esistono vie di fuga, paradisi artificiali e improvvisi. Emidio non canta: recita, declama, ammonisce e un senso di angoscia imperante si annida nelle sue sillabe che ti inchiodano alla realtà, alla nostra realtà.
Ecco la spettrale e drammatica "La notte dell’11 ottobre", ecco la paranoia e la schizofrenia della title-track, ecco l’asprezza elettrica di "Meglio di uno specchio"... Sono tutte qui le nostre lacerazioni, le inquietudini (“sono io la causa di tutto questo?”), il nostro male quotidiano, oscuro, le nostre debolezze: “mi sento come il soffitto di una chiesa bombardata” recita Emidio nella splendida Inverno ’85.
Lungo i bordi ha poco a che fare con un semplice compact disc di musica contemporanea; questo è il nostro tempo, la nostra crisi di fine millennio, buttata in faccia in 39 intensi e nevrotici minuti. I Massimo Volume han sezionato una porzione di vita (quella metropolitana di Bologna) con precisione e rigore, e ce l’han spiattellata nuda e cruda davanti ai nostri occhi; han strappato le nostre coscienze, la nostra anima malata e l’han appesa davanti ai nostri occhi come un quadro dalla violenza espressionistica...è lì, non si può eludere, sfuggire, è la colonna sonora di un secolo, un millennio alla deriva e alla ricerca di se stesso...arriva Ravenna... “le nuvole sono immobili e senza contorno...sullo sfondo”... i nastri registrati al contrario, le voci che si confondono in un caos, eruttate come lava da un vulcano: non c’è finale più consono. Più che un capolavoro, un’opera d’arte nella capacità di incidere, colpire le nostre coscienze, rappresentare il mondo, noi stessi, l’esterno e l’interno, uniti in modo indissolubile come una pietra gettata nell’oceano. Immenso.