
Cosa si può dire di questo
Lungo i bordi, seconda prova dei Massimo Volume dopo il buon esordio di
Stanze? Ancora oggi rimango attonito! Se Stanze, pur pregevole nella sua freschezza e in taluni spunti, aveva un limite evidente in una reiterata ingenuità, qui la maturità pare arrivare come un atto definitivo e sconvolgente. Più che dodici tracce, son dodici racconti, una porzione del nostro mondo analizzata, sezionata con una precisione chirurgica e microscopica. Un pugno nello stomaco. L’impianto sonico è granitico, compatto come un monolite, secco come un albero autunnale. Qui non c’è alcuna concessione: la chitarra di Egle Sommecal graffia come una lama tagliente, nevrotica e schizofrenica e, se in taluni momenti sembra disegnare armonie meno cupe e più riflessive, è la voce di Emidio Clementi che trasforma apparenti dimesse vicende quotidiane in qualcosa di sinistro ed esiziale; non esistono vie di fuga, paradisi artificiali e improvvisi. Emidio non canta: recita, declama, ammonisce e un senso di angoscia imperante si annida nelle sue sillabe che ti inchiodano alla realtà, alla nostra realtà.
Ecco la spettrale e drammatica "La notte dell’11 ottobre", ecco la paranoia e la schizofrenia della title-track, ecco l’asprezza elettrica di "Meglio di uno specchio"... Sono tutte qui le nostre lacerazioni, le inquietudini (“sono io la causa di tutto questo?”), il nostro male quotidiano, oscuro, le nostre debolezze: “mi sento come il soffitto di una chiesa bombardata” recita Emidio nella splendida Inverno ’85.
Lungo i bordi ha poco a che fare con un semplice compact disc di musica contemporanea; questo è il nostro tempo, la nostra crisi di fine millennio, buttata in faccia in 39 intensi e nevrotici minuti. I Massimo Volume han sezionato una porzione di vita (quella metropolitana di Bologna) con precisione e rigore, e ce l’han spiattellata nuda e cruda davanti ai nostri occhi; han strappato le nostre coscienze, la nostra anima malata e l’han appesa davanti ai nostri occhi come un quadro dalla violenza espressionistica...è lì, non si può eludere, sfuggire, è la colonna sonora di un secolo, un millennio alla deriva e alla ricerca di se stesso...arriva Ravenna... “le nuvole sono immobili e senza contorno...sullo sfondo”... i nastri registrati al contrario, le voci che si confondono in un caos, eruttate come lava da un vulcano: non c’è finale più consono. Più che un capolavoro, un’opera d’arte nella capacità di incidere, colpire le nostre coscienze, rappresentare il mondo, noi stessi, l’esterno e l’interno, uniti in modo indissolubile come una pietra gettata nell’oceano. Immenso.